| Stampa |

La Responsabilità personalele: siamo tutti barbieri di Stalin

 

Il barbiere propone anche una morale individuale: ciascuno ha la responsabilità del proprio lavoro, ad ogni livello, inclusi i livelli minimi.

 

Già nel 2007, ad esempio, succedeva che un collega di lavoro in una major istituzione pubblica della nazione, potesse riferire al proprio vicino di stanza che «alcuni colleghi ritengono inutile sforzarsi per produrre buoni dati perché pensano che il vertice dell’istituzione per cui lavoriamo li modifichi comunque a suo uso e consumo e allora ritengono inutile farsi il mazzo nel lavoro».

 

Questo episodio mostra come, nel concreto di ogni giorno, fosse un’illusione da legislatori meccanicistici la separazione tra amministrazione e politica sancita nella legislazione italiana dal D.lgs. 29/1993 e da un suo aggiornamento, il D.lgs. 165/2001. Ricordiamo, con una colorita parafrasi, che il D.lgs. 29/1993 recitava più o meno così: «Tu amministrazione fai bene ciò che ti dico di fare e non t’impicciare di altro ché vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole».

 

La frase scambiata fra colleghi sopra riportata è evidenza sperimentale contraria al dettame del D.lgs. 29/1993; che esso fosse tutt’altro che blindato lo si apprese già quando, nel 1995, il professor Bruno Dente, nel suo libro 'Le politiche pubbliche in Italia', ironizzò sulla disaccoppiabilità di politica e amministrazione sancita appunto dal D.lgs. 29/1993.

 

L’argomento chiave contro la pretesa separazione tra politica e amministrazione viene dalla scienza del comportamento organizzativo. Maria Teresa Giannelli, nel suo 'Comunicare in modo etico: un manuale per costruire relazioni efficaci', specifica dal lato socio-psicologico l’intuizione di Dente: «Il modo di essere dell’impresa e dell’istituzione influenza il clima morale, lo stato d’animo, l’energia e lo sforzo lavorativo del singolo». E questo è ciò che si intende quando si dice: «la colpa è del sistema».

 

Sul fronte aziendale, Marco Ghetti di Mosaic Consulting sostiene che il patrimonio di etica e feeling orientati (senso di responsabilità) dei membri di un’organizzazione costituisce lo spiritual capital di quell’organizzazione. E lo spiritual capital è certo una parte del cosiddetto sistema. Ma se il tutto influenza la parte, vale pure il contrario: il modo di essere dell’istituzione e il suo clima morale non sono che il combinato disposto del modo di essere di ciascun singolo e del senso di responsabilità dei singoli.

 

Il sistema è la risultante dei comportamenti dei singoli membri dell’istituzione, ognuno con la sua quota di responsabilità. È utile calcolare tale quota di responsabilità. Essa può infatti prendere a  parametro due diverse quantità. Può, in prima battuta, essere calcolata in funzione del rango gerarchico della persona o in funzione del potere negoziale nei confronti del resto dei membri  dell’istituzione, dello sforzo che ciascuno eroga e della visibilità che tale sforzo ha agli occhi fisici e morali degli altri membri dell’istituzione.

 

Il primo criterio porta a smussare rapidamente le responsabilità man mano che si scende l’organigramma, mentre il secondo ripartisce in ugual misura le responsabilità tra i ranghi  dell’istituzione. Con il primo criterio il singolo si confronta con il mondo esterno, con il secondo si confronta con sé stesso. È chiaro che propendiamo per il secondo criterio e non parliamo della sola coalizione dominante nell’istituzione, ma di ogni singolo membro. Per ciascun membro identifico dunque un parametro relativo di responsabilità efficace positiva che va da 0 a 1.
È un numero relativo a sé stessi. Martin Luther King disse: «Siate il meglio di quello che siete». Restando in ambito religioso: i talenti vanno rendicontati, tutti e da tutti, senza riguardo alla dotazione iniziale.

 

Da ultimo, abbiamo parlato di pubblica amministrazione perché lì è più evidente l’inconsapevole e autoassolvente (ir)responsabilità dei singoli che, in misura non inferiore, si presenta nel privato, il settore comunque più vasto in termini di popolazione coinvolta. Come riconosce il dirigente consapevole: «Quante volte perdiamo tempo a rivolgere facili critiche ai politici, agli imprenditori affaristi, ai top manager delle aziende italiane senza chiederci, con autocritica, se noi non siamo diventati uguali a loro rinunciando all’esercizio di quel poco di potere che ci hanno concesso in qualità di valvassori o valvassini».

 

Il fenomeno di responsabilità ultima dell’individuo che stiamo qui argomentando viene presentato aneddoticamente in letteratura come «il problema del barbiere di Stalin». La figura dell’artigiano, realmente esistito (georgiano come il Piccolo Padre), è paradigmatica dell’ingannevole natura delle apparenze. Egli non si sentiva responsabile dei delitti del dittatore; era solo responsabile dei suoi baffi, eppure ci metteva del suo quando glieli aggiustava, contribuendo ad aumentare il fascino che il dittatore esercitava.

 

Inoltre il barbiere di Stalin era l’unico uomo autorizzato a brandire un rasoio accanto alla celebre gola e, come dice Amleto, avrebbe potuto «farsi giustizia con l’uso di una nuda lama» e invece ometteva ogni possibile comportamento oltraggioso nei confronti del suo cliente. A dispetto di chi dissocia la responsabilità del barbiere da quella del suo cliente, l’innocente barbiere aveva quindi una sua parte di responsabilità nei delitti di Stalin. Del pari, siamo tutti barbieri di Stalin: ci proclamiamo tutti innocenti mentre flirtiamo con il male.

 

VIDEO:

La responsabilità individuale: la colpa non è sempre degli altri (1/2)

La responsabilità individuale: la colpa non è sempre degli altri (2/2)

Â